venerdì 10 ottobre 2008

il tempo trascorre e semina campi di scelte





E' disponibile il calendario di Carta 2009 con foto di Danilo de Marco e testi di Erri De Luca e Medha Patkar.

Il calendario è un catalogo inventato, come quello che raggruppa in costellazioni le luci sparpagliate della notte. L'astronomia traccia linee tra i punti luce, gioca alle figurine, vede la zoologia nell'ammasso notturno: l'aquila, lo scorpione, il toro, l'ariete, i pesci, il leone. Così fa pure il calendario con il tempo, scandendolo tra battiti e anni luce.
Il bianco e nero è un fumo che si dirada e si distribuisce sulla carta. Qui si narra la storia del fumo che diventa uomo, fabbrica, cotone, sorriso, acqua, capanna. Qui si riconosce una provenienza. Non era frottola magnifica la notizia biblica della polvere e del soffio umido uscito di bocca alla divinità a combinare Adàm. Era il bianco e nero di una fabbrica prima, fumo che si rapprende. Entrò nelle narici inerti. Non era frottola a lusingare la nostra povera materia prima, oltre che la nostra ultima consistenza. Siamo fatti del grigio della polvere al suolo e del fiato di un vento.
Omar Khayyam, poeta dell'islam, la riconobbe, quella degli antenati, in un impasto di vasaio. Al tornio vedeva modellare la cenere e la polvere delle vite trascorse e sbriciolate. L'acqua ridava loro l'elastico di una forma. Fa così, quando piove sul Negev in aprile e risveglia di fioriture il suo tappeto.
Prima di Omar, già Isaia aveva puntato l'indice del tu. "E adesso Iod tu sei padre nostro, noi l'argilla e tu il nostro vasaio e opera di tua mano tutti noi" (64,7). Il bianco e nero narra quest'argilla. Lontano da città, da civiltà ammucchiata a strati, dove il più basso regge con la schiena la platea e il loggione dei pasciuti, lontano dall'inganno dei colori, uniti solo nell'arcobaleno ma divisi in terra da bandiere, epidermidi, uniformi: nel largo dove l'umanità si accampa provvisoria, splende il suo bianco e nero di origine.
Da qui scendemmo i gradini sbilenchi delle disuguaglianze, qui torneremo a racimolarci, dopo lo sfoltimento prossimo venturo. Ogni volta che Danilo torna da una periferia, da un bordo del mondo, io riconosco il centro. Il suo bianco e nero è profezia ma pure sostanza chiusa nel midollo. Raggiunge un sorriso e lo riporta indietro, osso felice in bocca a lui randagio. Uno solo di questi sorrisi fa lume sufficiente al nostro opaco, squilla più del gallo dell'alba. Torneremo, anzi torneranno i salvati a casaccio che ci seguiranno, a schioccare questi sorrisi dalle loro labbra. Erri De Luca

Il Narmada, che si chiama anche Reva, è un fiume danzante. Ricco di rocce e cascate, è stato la culla della più antica civiltà umana. È un fiume bellissimo, adorato da milioni di persone che cercano le sue sponde per raggiungere la Moksha, la salvezza. È un fiume che attraversa molti siti archeologici. Qui sono nati i primi ominidi, i primi esseri umani, i primi contadini dell'Asia. Per secoli, sulle sue sponde, è fiorita una cultura ricca di dei e dee, templi, moschee e ghats, di campi coltivati, foreste e pescatori. Nel corso degli anni, la lotta per difenderlo dalle dighe si è trasformata in una critica all'idea corrente di sviluppo, che significa saccheggio della terra e distruzione di comunità antiche di molte generazioni. In questa epoca di dominio del mercato e del denaro, il Movimento per la difesa del Narmada ha accettato la sfida della ricostruzione, secondo una visione umana, orientata, con la tecnologia appropriata, alla protezione della vita. Tutto ciò che dalle scuole ai progetti di energie alternative possa servire per uno sviluppo diverso, centrato sulle persone; per relazioni sociali diverse da quelle dominate dal consumo. Diverse da quelle implicate nella scelta di gareggiare con l'Occidente sui suoi stessi simboli, quelli della cosiddetta modernità.
Perché è chiaro che non si può parlare delle comunità contadine, degli adivasi, dei villaggi come se fossero comparse di un documentario. Non si può filmarli, guardare la loro povertà, perfino provare pietà per loro e poi pensare che debbano essere guidati, trasportati nella modernità, senza curarsi dei loro diritti. Devono cambiare, se vogliono smettere di essere poveri - questo si dice - devono adattarsi, competere nell'economia di mercato. Il tipo di economia che viene imposta, assieme a un certo tipo di politica, assieme alle dighe che vogliono imbrigliare la danza del Narmada, non è né includente né sostenibile e potrebbe sfociare nella distruzione di tutte le risorse e delle comunità che con esse e per esse vivono.
Se così fosse, dove andrebbero tutti? Non solo i contadini, gli indigeni, ma proprio tutti. Perché tutti, direttamente o indirettamente, vivono grazie ai fiumi danzanti come il Narmada. Ai suoi dei e alle sue dee, alle sue rocce, ai suoi templi, moschee e ghats. Nessuno, finora, è riuscito a nutrirsi di banconote. Medha Patkar

www.carta.org

Nessun commento: